domenica 19 marzo 2023

Don Peppe Diana

 

 Quella mattina del 19 marzo 1994


 È il 19 marzo 1994. Sono da poco passate le 7:20. Don Giuseppe Diana, parroco della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, arriva prima del solito nella sua parrocchia. È anche il giorno del suo onomastico. Dopo la messa delle 7.30 ha dato appuntamento in un bar a diversi amici per un dolce e un caffè. Sulla porta il sagrestano lo saluta. In chiesa ci sono già alcune donne e le suore. C’è anche Augusto di Meo ad aspettarlo, il suo amico fotografo. Vuole essere tra i primi a fargli gli auguri per il suo onomastico. Ma ad aspettare don Peppe c’è anche un’altra persona. È sul piazzale della chiesa, in auto. È un uomo con meno di 40 anni con un giubbotto nero e capelli lunghi. Appena vede il prete entrare, scende. Si guarda intorno, mette la pistola nella cintura e si avvia a passo deciso verso la sagrestia.

Don Peppe, intanto, mentre comincia ad indossare i paramenti sacri, sta ancora concordando con il suo amico fotografo il da farsi per vedersi dopo la messa. Ed ecco che entra l’uomo col giubbotto. “Chi è don Peppe?”, chiede lo sconosciuto. Don Diana si gira e risponde: “Sono io”. L’uomo tira fuori la pistola dalla cintola e spara cinque colpi, al volto e al petto. Per don Peppe che cade in una pozza di sangue, non c’è niente da fare. Muore a 36 anni il prete che aveva osato sfidare apertamente la camorra dei casalesi. Il killer si dilegua. Ad aspettarlo ci sono dei complici con l’auto del motore acceso. Augusto, il fotografo amico di don Diana invece, corre dai carabinieri a denunciare l’accaduto. Sarà lui a riconoscere in Giuseppe Quadrano il killer di don Diana.

Per l’uccisione di don Giuseppe Diana, il 4 marzo 2004, la Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti quali coautori dell’omicidio, mentre ha riconosciuto come autore materiale dell’omicidio il boss Giuseppe Quadrano condannandolo a 14 anni, perché collaboratore di Giustizia. Decisiva la testimonianza di Augusto Di Meo.

Quanto ai mandanti, la giustizia ha accertato che la morte di don Diana venne ordinata dalla Spagna, dal boss Nunzio De Falco detto “’o Lupo”, con l’intento di colpire il clan Schiavone- Bidognetti.

Ma prima della sentenza definitiva, ci sono stati vari tentativi di infangare la memoria di don Giuseppe Diana. Tentativi che iniziarono sin dalle prime ore dopo la sua morte, quando venne fatta circolare la voce che era stato ucciso per vicende di donne.

A queste voci seguirono vere e proprie campagne denigratorie con articoli apparsi sul “Corriere di Caserta” che avevano l’obiettivo di delegittimare non solo la figura di don Diana, ma soprattutto il suo forte messaggio lanciato dagli altari delle chiese della Forania di Casal di Principe, a Natale del 1991, con il documento “Per amore del mio popolo”. Un messaggio dirompente contro la cultura camorristica e criminale, nato nel cuore di quella che lo stesso don Diana definiva la “dittatura armata” della camorra.

Da 19 marzo di ventinove anni fa, molte cose sono cambiate. La sua morte è stata come un seme caduto nella buona terra perché ha dato molti frutti. I colpi inferti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura ai clan sono stati pesanti. Le condanne all’ergastolo per i capi della camorra casalese hanno messo in ginocchio l’organizzazione criminale.

Nel frattempo, diversi beni sono stati confiscati ai boss e assegnati ad associazioni e cooperative sociali.

Nel 2010 è stata costituita la Cooperativa “Le terre di Don Peppe Diana” e ha avuto in affidamento la tenuta agricola appartenuta al boss Michele Zaza a Castel Volturno per la realizzazione di una fattoria didattica e del caseificio che produce la Mozzarella della Legalità”, primo prodotto campano realizzato sui terreni confiscati alla camorra. Produce Mozzarella di Bufala Campana DOP e ricotta con latte di allevamenti locali. Si dedica anche alla produzione di grano, con i quali Libera Terra realizza i Paccheri Don Peppe Diana e legumi pregiati quali la cicerchia. La Cooperativa “Le terre di Don Peppe Diana” aderisce alla rete di Libera.

“Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” è nata con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1600 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

Ora i criminali sono per lo più in carcere, mentre nel Cimitero di Casal di Principe la tomba di don Giuseppe Diana, è meta di migliaia di visitatori. È la rivincita dei familiari e degli amici di don Diana che sin dal giorno dopo la sua uccisione ne hanno difeso la memoria tra mille insidie, difficoltà e pericoli. Il giorno dei funerali di don Diana, Don Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, ebbe a dire parole profetiche: “Il 19 marzo è morto un prete ma è nato un popolo”.

Alla fine di questo articolo voglio fare mio il grido di libertà che il mio papà, insieme a migliaia di giovani, ha gridato ai funerali di Don Peppe: “Casalesi è il nome di un Popolo, non è il nome di un Clan”.

BORTONE SILVIA 1H

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