venerdì 27 gennaio 2023

Per non dimenticare - 27 gennaio

 

INTERVISTA DI SAMI MODIANO



Superstite di Auschwitz, Modiano è da vent’anni un testimone dell’Olocausto. Le sue parole in vista del Giorno della Memoria che si celebra il 27 gennaio.

«Non dimenticate quello che è stato. Noi sopravvissuti abbiamo raccontato e continueremo a parlare finché avremo forza, voi dovrete farlo quando non ci saremo più». È un appello accorato, tra le lacrime, quello di Sami Modiano, 92 anni, superstite della Shoah. In questa settimana in cui il 27 gennaio sarà celebrato il Giorno della Memoria, è affaticato, pieno di impegni, chiamato a testimoniare o rilasciare interviste da mattina a sera. Ma non si sottrae e, parlando sempre con trasporto e infinta dolcezza, cerca di rispondere a tutti, con una sola richiesta: «Raccontare quello che ho visto ad Auschwitz-Birkenau, nient’altro, niente politica». È coetaneo di Liliana Segre, ha vissuto lo stesso orrore e come lei ha deciso, dopo molti anni di silenzio, di testimoniare. È anche consapevole che non sarà lo stesso quando gli ultimi superstiti non ci saranno più, ma si dice meno pessimista della senatrice a vita. Quest’ultima ha espresso la forte preoccupazione che «tra qualche anno sulla Shoah ci sarà solo una riga nei libri di storia, poi neanche quella» e che attorno al Giorno della Memoria ci sia una certa stanchezza: «La gente già da anni dice “basta con questi ebrei, che cosa noiosa”».

Lui nacque a Rodi, allora sotto il dominio italiano, e da lì fu deportato ad Auschwitz-Birkenau, dove perse suo padre Jakob e sua sorella Lucia. Il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio, la data in cui nel 1945 l’Armata Rossa entrò nel lager. Che ricordi ha?
«Nei giorni precedenti la liberazione mi trovavo a Birkenau. Noi prigionieri vedevamo i tedeschi molto preoccupati dall’avvicinarsi dell’esercito russo fino a che organizzarono la cosiddetta “marcia della morte”, il trasferimento forzato di chi era ancora in vita verso altri lager sempre più a ovest. Il 17 gennaio iniziarono intanto a spostarci verso Auschwitz, a circa 3 chilometri da Birkenau, nello stesso complesso concentrazionario. Nonostante fossi stremato e non riuscissi più a reggermi in piedi, Qualcuno dall’alto ha voluto che non morissi».

Cos’è successo?

«Avevo 14 anni ed ero arrivato a pesare 23 chili. Camminavo solo perché sentivo dentro di me le parole di mio padre. Prima di consegnarsi senza più speranze all’ambulatorio di Birkenau, mi aveva detto: “Tieni duro Sami, tu ce la devi fare”. Ma era notte, c’erano 30 centimetri di neve e io avevo solo un paio di zoccoli di legno, una divisa e un cappello a righe. Caddi. Sapevo che avrei ricevuto il colpo di grazia perché nessun testimone doveva rimanere in vita. Mi misi le mani in testa. Ma ci fu un gesto che non ha spiegazioni in una situazione in cui non si avevano forze neppure per sé stessi: due prigionieri, leggermente più grandi di me, con qualche chilo in più, mi sollevarono e trascinarono fino ad Auschwitz. Penso che poi, resisi conto che non sarei riuscito a proseguire la marcia della morte, abbiano deciso di lasciarmi lì. Mi appoggiarono a una montagna di cadaveri e così, credendo che fossi morto, i tedeschi non mi spararono. Aprivo ogni tanto gli occhi e vedevo solo corpi. Fino a che notai, davanti a me, un fabbricato in mattoni. Lo raggiunsi, poi mi risvegliai in un ospedale allestito dai russi, affidato a una ufficiale medico che mi curò con premura».

Ad Auschwitz incontrò Primo Levi «Scambiammo qualche parola proprio in quella fase della liberazione, quando rividi anche il mio amico Piero Terracina, che ci ha lasciato nel 2019. Eravamo tutti sofferenti, non sapevamo quello che sarebbe stato di noi. Personalmente, per essermi salvato da quella fabbrica della morte che era Birkenau, mi sono a lungo sentito in colpa, mi percepivo come un privilegiato. Mi battevo il petto e mi domandavo: perché io? Ci ho messo tanto tempo, poi ho trovato una risposta: sono sopravvissuto per testimoniare».

Domanda di una studentessa

La preoccupano il negazionismo o il rischio di una banalizzazione della Shoah?
«Certamente mi allarmano e rattristano. Ma in generale sono ottimista che, quando non ci saremo più io o Liliana Segre o gli altri sopravvissuti, ci saranno i ragazzi: la speranza del domani. Non sapete quante lettere e telefonate io riceva da loro. Sono stato a lungo demoralizzato e chiuso in me stesso, ho attraversato lunghi periodi di depressione, ma tutto è cambiato quando ho iniziato a parlare e, da vent’anni a questa parte, sono un uomo più felice. Quando sarà il mio momento me ne andrò in pace sapendo di avere lasciato ai giovani la mia testimonianza. E non solo a loro, anche agli insegnanti e a tutte le persone volenterose. Promettetemi che continuerete a raccontare».

 

Aversano Filomena, Orlo Pasquale,  Aversano Margherita, Aprile Maria Rosaria, Rainone Salvatore 3F

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